Il politically correct mi perseguita. Questo termine, per un motivo o per un altro, esce giornalmente nelle conversazioni che sostengo. L’accezione è sempre negativa e generalmente ha come sinonimi “censura”, “reazione eccessiva” e il caro e vecchio “e vabbè ma non si può più dire niente”.
Io però vorrei fare un passo indietro e addentrarmi in cosa davvero sia il politically correct (o almeno cosa significava alla sua nascita) e cosa conviene tenere in considerazione quando si entra in un panorama in cui si parla di inclusività, rappresentanza e battaglie di tipo sociale.
Cos’è il politically correct
Come faccio spesso, scomodo Treccani per una definizione accurata:
“L’espressione angloamericana politically correct (in ital. politicamente corretto) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona” (Fonte: Treccani).
Nessun riferimento alla censura, quindi, ma concetti di rispetto e un rifiuto del pregiudizio. Non sembra tanto male, no?
Negli anni (l’espressione è stata coniata intorno al 1930 negli Stati Uniti) questo concetto è stato però preso e potremmo dire “risemantizzato1” andando a significare “inutile esagerazione” o comunque passando da una definizione positiva di apertura a una negativa di chiusura.
Ma cosa viene definito politically correct oggi?
Per esemplificare, vediamo alcune tematiche che mi sono state presentate come “figlie del politicamente corretto” e quindi come ambiti in cui “non si può più dire nulla”:
Rappresentanza della comunità LGBTQIA+, delle persone afrodiscendenti o con disabilità in opere cinematografiche e televisive. Un esempio su tutti: il live action de La Sirenetta, che ha come protagonista un’attrice nera nei panni di Ariel. Disney lo fa anche per soldi? Certo, ma vedendo questo video-reazione di bambine afrodiscendenti alla visione del trailer forse ce n’è più bisogno di quello che crediamo.
Le iniziative D&I (Diversity & Inclusion) nelle aziende o organizzazioni. Per esempio, dal numero delle donne nei ruoli apicali fino all’integrazione di persone appartenenti a qualunque minoranza. Ritagliare uno spazio non vuol dire aggirare la meritocrazia, ma aprire porte che rimangono chiuse (o che ancora non esistono) per motivi che nulla hanno a che fare con le competenze.
Il linguaggio inclusivo e ampio con tutto ciò che comporta: utilizzo di schwa, asterischi o costruzioni lessicali che tendano a superare il maschile sovraesteso (se non sai di cosa sto parlando ne ho scritto un articolo dal titolo “Maschile sovraesteso: è davvero una scelta inclusiva?”) e a includere i femminili professionali. Chiediamoci perché sarta e maestra non ci hanno mai dato problemi, ma ministra e ingegnera sì. Si tratta di un bell’esercizio.

Cosa è veramente il politically correct?
Rispetto verso tutte le persone, anche secondo sensibilità diverse dalla nostra, anche per tematiche che non ci toccano personalmente.
Ho recentemente avuto modo di leggere un interessante articolo firmato da Pasquale Quaranta su La Stampa in cui c’è una bella intervista a Marzia Camarda in occasione dell’uscita di un nuovo Dizionario di Genere, edito da Settenove. Voglio riportare qui una domanda e risposta che trovo molto adatta a centrare il punto di questo articolo:
Pasquale Quaranta: “Come risponde a chi critica il linguaggio inclusivo?”
Marzia Camarda: “Con un paragone semplice: magari non useremo mai sfigmomanometro, ma se esiste è perché serviva a qualcuno. Lo stesso vale per queste parole: se sono state inventate, vuol dire che erano necessarie. Ignorarle è un privilegio di chi non vive quella discriminazione”.
Questo vale per il linguaggio, ma anche per tutte le fattispecie citate qui sopra. Ma quindi mi direte “oltre a non poter più dire o fare niente non ci possiamo neanche lamentare?”. Non mi sognerei mai di togliere a un essere umano la possibilità di indignarsi con i pugni al cielo, ma mi permetto qualche consiglio sul soggetto di tale indignazione:
Il vittimismo
Per fare un esempio: quando l’imprenditore o imprenditrice di turno si lamenta delle giovani generazioni che non vogliono lavorare a condizioni che 50 anni fa erano perfettamente accettabili. Il vittimismo si presenta con frasi fatte, sentito dire e nessuna prova concreta. Altre variazioni sul tema sono “gli immigrati ci rubano il lavoro”, “con questa storia del femminismo adesso non si può più scherzare” e così via…
Dovremmo indignarci perché sono frasi che perpetuano stereotipi, che rendono ancora più difficile a tante categorie di persone l’essere ascoltate.
L’ipocrisia
E qui parliamo di chi “predica bene e razzola male”, tutte quelle aziende o organizzazioni che si fregiano di essere inclusive e attente, ma lo fanno solo di facciata. I vari green/pink/social/purpose washing del caso. In questa categoria rientrano anche tutti quei comportamenti in cui viene usata una mancanza altrui, vera o presunta, per ergersi un po’ più in alto. Questo non ha nulla a che vedere con un’intenzione inclusiva e positiva e generalmente non fa seguire nulla nei fatti.
Sì politica, sto guardando te.
Il benaltrismo
Quando i problemi sono “sempre altri”. Certo, non tutti i problemi hanno la stessa portata ma nemmeno tutti i problemi sono affrontabili da chiunque. Sicuramente mettere una fine alla povertà ha un impatto sociale diverso da una riscrittura più inclusiva dei materiali della pubblica amministrazione, ma è davvero indispensabile scegliere quando si parla di azioni quotidiane? Il signor Mario e la signora Maria possono fare di più per l’equilibrio economico mondiale o per far sentire parte di una comunità locale la famiglia composta da due madri e una bambina che si è appena trasferita di fianco a casa loro?
Anche in questo caso stiamo parlando di un argomento che mi sta talmente a cuore che ci ho dedicato un articolo “I problemi sono (sempre) altri”.

Ma quindi il politically correct serve?
La risposta è sì, ma mi rendo conto che il termine ha perso talmente tanto della sua originale funzione da suonare stridente. Quindi proviamo a formularla diversamente: l’attenzione verso le altre persone, la loro sensibilità e situazione sociale serve. Serve come sforzo collettivo, serve come strada da percorrere (anche con potenziali errori e inciampi) per una società che si possa dire davvero equa.
Aumentare la rappresentanza delle comunità LGBTQIA+, delle persone di diverse provenienze etniche, delle persone con disabilità non è un contentino (o non dovrebbe esserlo). Si tratta di rendersi conto che tutto ciò che abbiamo avuto fino ad ora è stato eurocentrico, ha avuto uno stereotipo: il maschio bianco, eterosessuale, cisgender, senza disabilità e la donna bianca, eterosessuale, cisgender, senza disabilità e un corpo conforme (meglio se giovane, ma qui divago).
Ora guardiamoci intorno, anche nei centri più piccoli la diversità è all’ordine del giorno. Portarla nella rappresentazione cinematografica, nella pubblica amministrazione, nei ruoli apicali significa semplicemente fare di questi luoghi (figurati e non) uno specchio della realtà.
Trovo che spesso si consideri la propria libertà di dire qualsiasi cosa, senza fermarsi a pensare all’impatto di quelle parole, più importante della sensibilità altrui sul tema specifico. Ancora di più spesso non si è a proprio agio nel mettere in dubbio un proprio privilegio e nel cambiare qualcosa per un’altra persona.
Ma quindi la vera domanda è:
Non si può più dire niente o non si può più far finta di non aver detto qualcosa di problematico?
- Quando si dà a un termine già esistente un nuovo significato. Detta anche rideterminazione semantica. ↩︎
